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All'attuale regione amministrativa della Basilicata corrisponde grosso modo l'antica Lucania: territorio compreso tra il Sele, il Bradano e il Lao. Esistono varie ipotesi sull'origine del toponimo Lucania:
  • dai Lucani, popolazione osco-sabellica proveniente dall'Italia centrale, che a loro volta avrebbero preso il nome dall'eroe eponimo Lucus;
  • dal termine greco Leukos ("biancore"), affine al latino Lux ("Luce");
  • dal termine latino Lucus ("Bosco sacro");
  • dal termine greco Lykos ("Lupo");
  • dai Lyki, popolazioni provenienti dall'Anatolia che si sarebbero stabiliti nella valle del fiume Basento;
Il toponimo Basilicata è attestato la prima volta attorno al X secolo. La provenienza di tale nome è spesso associato al termine greco Basilikos, nome con cui venivano chiamati i Governanti bizantini della Regione. Basilikos in greco vuol dire "funzionario del re" e deriva da un'altra parola greca: Basileus (Re). Una tesi più accreditata, fa derivare il nome dalla Basilica di Acerenza, il cui vescovo aveva la giurisdizione sull'intero territorio. Tale nome compare per la prima volta nel Catalogo dei baroni normanni del 1154. Un'altra ipotesi, meno accreditata, è che l'origine del nome sia legata a quello dell'Imperatore Bizantino Basilio II di Bisanzio.

All'attuale regione amministrativa della Basilicata corrisponde grosso modo l'antica Lucania: territorio compreso tra il Sele, il Bradano e il Lao.



I primi insediamenti umani risalgono al Paleolitico inferiore, periodo in cui i territori in prossimità dei fiumi e dei bacini lacustri costituivano l'habitat ideale per l'Homo Erectus e le sue attività vitali di caccia e raccolta, e al periodo postglaciale o Mesolitico, dove i gruppi e le tribù vivevano in villagi di capanne. Dal V millennio a.C. si diffusero gli insediamenti in villaggi fortificati e nell'età del ferro si infittiscono gli spostamenti ed i commerci via mare. Le comunità indigene della prima Età del Ferro erano organizzate in grossi villaggi ubicati sugli altopiani, ai margini delle grandi pianure e dei corsi d'acqua, in luoghi consoni alla pastorizia ed all'agricoltura.

Sul finire dell'VIII sec. a.C. fu fondata la colonia greca di Siris, situata presso la riva del fiume omonimo oggi detto Sinni, ad opera dei Colofoni, una colonia greca fuggita in Occidente per scampare alla dominazione Lidia. La fondazione di Metaponto, avvenne nel 630 a.C. circa da parte degli Achei, completando l'occupazione della costa ionica. Dopo un primo periodo di pacifica convivenza alcuni insediamenti indigeni scompaiono e altri vengono fortificati. Le città greche lottarono l'una con l'altra.

I primi contatti dei Romani con i Lucani si ebbero intorno al 330 a.C. quando con questi costituirono un'alleanza "strumentale" utile a fronteggiare la pressione sannita a nord e quella italiota a sud. Ma la durata del consesso fu davvero breve perché i romani, già nel 325 a.C., stabilivano un presidio strategico a Luceria, evidenziando forti mire espansionistiche verso sud.
L'Imperatore Augusto attribuì ufficialmente il nome di Lucania e Bruzio alla III circoscrizione italica. Con la via Appia, riuscivano a consentire un certo vigore economico a Venosa, Lavello e Matera. Altri punti di riferimento nella parte interna della regione erano le neofondate colonie di Potentia (Potenza), Grumentum e Nerulum, quest'ultima attraversata da quell'antica Popilia fatta tracciare dal Console Popilio Lenate nel 132 a.C., collegamento viario principale fra Roma e l'Africa.

Sul finire del IV sec. d.C. la spinta dei barbari a nord si faceva sempre più pressante fino a che, nel 410 d.C., i Visigoti guidati da Alarico giunsero a Roma percorrendo poi tutta la penisola fino a Reggio, dove intesero stabilire i confini meridionali del proprio regno. Per la Lucania, come per l'intero paese, con il V sec. d.C. si apriva un periodo veramente buio, anche sul piano delle testimonianze storiche, poiché ben poche notizie ci sono state tramandate sui primi decenni delle invasioni barbariche.

Alla fine del V secolo la Lucania era già ampiamente cristianizzata, la chiesa e le comunità monastiche rappresentavano una realtà concreta. Dopo la caduta dell'impero romano restò in possesso bizantino fino alla conquista longobarda nel 568, entrando a far parte del Ducato di Benevento. Con i Longobardi la Lucania scompare in quanto circoscrizione territoriale, in quanto al suo posto subentrano vari gastaldati: Venosa, Acerenza (che conta fra le sue contee anche Potenza), Latiniano (che comprende Marsico ed è esteso fino al Pollino), Lucania (il territorio a sud del Sele con al centro Paestum) e Laino (che comprende la valle del Mercure e quella del Lao). In posizione dominante verso la valle del Melandro viene eretta Satriano, sede vescovile dalla metà del IX secolo, mentre Tricarico, Montescaglioso e Montepeloso (in una posizione dominante fra le valli del Bradano e del Basento), assurgeranno al ruolo di città. I tre centri situati sulla Gravina furono unificati e cinti di mura con il nome di Mateola (Matera) e, sul Tirreno, vennero fortificate Malatei (Maratea) e l'isola di Dino.

Ancora una volta divisa, nel corso del IX sec. la Lucania prestava il fianco agli assalti dei saraceni, in un contesto di grande miseria in cui le coltivazioni erano minacciate dai bruchi e dalle lacustre, e un maggio di frumento costava otto soldi, poco meno del prezzo pagato per uno schiavo. I nuovi principi Longobardi non erano in grado di fronteggiare l'avanzata musulmana, ancorché dissidi interni ne limitavano ulteriormente la capacità offensiva. I saraceni infatti riprendevano Taranto e poi proseguivano verso l'interno conquistando Matera e Tursi; da questo avamposto si spinsero fino a Venosa senza però riuscire ad espugnare Acerenza. Le incursioni saracene portarono le popolazioni locali all'abbandono degli abitati in pianura e in prossimità della costa, a favore di centri protetti sulle alture. Tricarico e Tursi conoscono una dominazione araba di più lunga durata che inciderà profondamente sulla struttura stessa degli abitati, che hanno conservato testimonianze ancora oggi ben visibili nei quartieri della ràbata e della saracena a Tricarico e della rabatana a Tursi Il tessuto sociale della regione era profondamente mutato e anche i due secoli di dominazione longobarda avevano contribuito ad influenzare una cultura forgiatasi nell’ambito delle costanti mediazioni tra l’Europa barbarica e le grandi civiltà del Mediterraneo. Agli inizi dell'anno Mille una violenta rappresaglia longobarda metteva in allarme il presidio bizantino di Canne; la battaglia, combattuta nell'ottobre del 1018, fu vinta dalle forze del Catapano ma, in quell'esercito in ritirata, facevano la loro prima comparsa i cavalieri normanni. Essi provenivano dal Ducato di Normandia dove nel 911 si erano insediati come vassalli del re di Francia. Approfittando della scarsa resistenza imperiale, poiché gran parte delle truppe erano impegnate in Sicilia contro i saraceni, il contingente normanno guidato da Arduino, con l'appoggio e forse la cieca complicità delle forze locali, si impadroniva di Lavello, Ascoli Satriano e Melfi. Sospinti dall'appoggio incondizionato dei principi longobardi di Salerno e Benevento, che continuavano a considerarli alla stregua di abili soldati di ventura, i normanni si insediarono a Melfi, "la ricca città che li fece grandi". Nel 1072 l'egemonia normanna si era estesa fino alla Sicilia.
Federico II di Svevia soggiornò a Melfi nel 1225 e nel 1231, anno in cui vennero emanate le Constitutiones regni Siciliae ("Costituzioni di Melfi"), e in quegli anni ordinò la costruzione del castello di Lagopesole. Nel XIII e XIV secolo la Lucania attraversò una profonda crisi economica e demografica, attribuibile probabilmente alla "cacciata dei Saraceni" ordinata da Carlo d'Angiò, a una fase climatica molto fredda e al terribile terremoto del 1273. La famiglia Caracciolo ottenne la signoria su Melfi e diversi altri feudi, estendendo poi i domini della casata fino al Melandro e, per qualche tempo, anche su Marsico e Miglionico.
Nella seconda metà del XV secolo si ebbe una generale ripresa economica e demografica, anche in seguito all'arrivo di profughi dalle regioni dell'Impero bizantino in seguito alla caduta di Costantinopoli. Tra il 1450 e il 1480 approdarono alle coste ioniche numerosi gruppi di esuli greci, scutariani, schiavoni e, soprattutto, albanesi giunti al seguito di Giorgio Castriota Scanderberg, il condottiero che aveva combattuto dalla parte di Ferdinando d'Aragona. Queste nuove comunità ripopolarono soprattutto la zona del Vulture (Barile, Rionero, Maschito) e poi si stabilirono a S. Chirico Nuovo, Ruoti e Brindisi di Montagna. A Matera, invece, gli schiavoni fondarono un vero e proprio quartiere scavando le abitazioni nella massa tufacea di quella parte dei Sassi a tutt'oggi nota con il nome di Casalnuovo.
In questo periodo vi sono ancora e per l'ultima volta, prima della definitiva diaspora, testimonianze di comunità ebraiche lucane, particolarmente attive e numerose a Venosa e Matera (dove ancora nel Settecento vi era un quartiere denominato il "Ghetto") composte principalmente da medici, commercianti e piccoli banchieri.
La Basilicata fu teatro della famosa Congiura dei baroni ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello II dei Sanseverino consigliato da Antonello Petrucci e Francesco Coppola, ai danni del re di Napoli Ferdinando I di Napoli che coinvolse molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino, conti di Tricarico, si ricordano i Caracciolo principi di Melfi, i Gesualdo marchesi di Caggiano, i del Balzo-Orsini principi di Altamura e di Venosa, i Guevara principi di Teramo, i Senerchia conti di S.Andrea e Rapone, che si riunirono nel Castello del Malconsiglio di Miglionico (detto anche della congiura dei Baroni). Carlo V di Spagna tolse i loro domini ai feudatari precedenti, a cui subentrarono le famiglie dei Carafa (principi di Stigliano), Revertera, Pignatelli e Colonna. La Basilicata fu in gran parte sottoposta alla giurisdizione di Salerno, mentre Matera e la Murgia fecero parte della Terra d'Otranto. Con l'avvento della nuova classe dirigente, estranea al territorio di cui godeva il possesso, e con lo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico, i feudi lucani furono considerati pura fonte di reddito e i nuovi baroni prestarono scarsissimo interesse al miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei propri possedimenti. Nella seconda metà del XVI secolo la Basilicata conobbe un periodo di relativa tranquillità e in quest'epoca si sviluppò una notevole attività artistica, legata alla committenza delle grandi famiglie baronali e religiosa. Nella vita sociale e politica della regione si ebbe l'emergere di una nuova classe intermedia, per lo più appartenente a importanti famiglie locali, ed impegnata a rappresentare i baroni, i vescovi e gli abati nell'attività di amministrazione e gestione dei feudi. Contemporaneamente le comunità locali formarono le prime "Università".
Nel XVII sec. anche la stampa faceva il suo esordio in Basilicata, grazie al volume del vescovo Roberto Roberti, stampato a Tricarico nel 1613. Questi gli aspetti positivi del Seicento, un secolo per altri versi drammatico, segnato ancora da pestilenze e carestie e da un generale riflusso demografico; un secolo sanguinolento e crudele, in cui trionfava l'intolleranza della Chiesa, i suoi roghi, le sue persecuzioni. Quando a Napoli scoppiò la rivolta di Masaniello, nel 1647, una sollevazione popolare generalizzata coinvolse tutta la regione, che aderì alla Repubblica, ma la rivolta venne quindi repressa. Nel 1663 venne creata una nuova provincia per la Basilicata, per assicurarne un maggiore controllo, con capoluogo a Matera.

Con Carlo di Borbone anche la Basilicata entra a far parte nel 1735 del Regno di Napoli, con la ritrovata indipendenza del Mezzogiorno. Sull'onda dei fatti del 1799, Avigliano fu la prima città (ancor prima di Napoli) a piantare l'albero della libertà e a proclamare la Repubblica Napoletana, che ebbe tra i suoi fautori i lucani Mario Pagano e Michele Granata; da lì i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla "Organizzazione democratica" guidata dagli aviglianesi Michelangelo e Girolamo Vaccaro, ma l'insurrezione venne repressa. L'alleanza tra i contadini e la giovane borghesia lucana che aveva animato le lotte repubblicane del 1799, avrebbe avuto parte di grande rilievo nella cospirazione antiborbonica della prima metà dell'Ottocento. Protagonisti dei moti carbonari del 1820-21 furono in Basilicata Domenico Corrado, che operava nel melfese, i fratelli Giuseppe e Francesco Venita, giovani possidenti di Ferrandina, fuoriusciti dall'esercito borbonico, e il dottor Carlo Mazziotta di Calvello attivo in val d'Agri. Questi patrioti postisi alla guida della resistenza lucana potevano contare sull'ingente forza d'urto delle popolazioni contadine, che muovevano istanze di libertà e richieste di nuove leggi agrarie. Ma l'epilogo fu tragico e la repressione borbonica ed austriaca si scatenò violenta ed impietosa; i fratelle Venita furono catturati nel bosco di Pietrapertosa, il dottor Mazziotta ed altri patrioti fatti prigionieri a Calvello e Domenico Corrado venne arrestato sulle Murge di Gravina di Puglia. Furono tutti processati e fucilati a Potenza, dalle truppe del generale Roth fra il marzo e l'aprile del 1822, insieme a tanti sospettati o presunti cospiratori. I francesi ritornarono sette anni più tardi, nonostante le resistenze della popolazione, la cui gran parte era di parte borbonica. Successivamente, con il ritorno dei Borbone, la Regione partecipò blandamente ai moti del 1848. La voglia di cambiamento e di innovazione fece aderire la parte latifondista della società lucana ai fatti che portarono alla unificazione nazionale nel 1860. Tra i principali artefici della svolta sabauda si menzionano Giacinto Albini con Nicola Mignona Governatori del Governo Prodittatoriale: Albini, in particolare, fu il principale artefice dell'insurrezione lucana e nominato poi Governatore della Provincia. Sono inoltre da ricordare Carmine Senise, Capo di Stato Maggiore delle Forze insorte, Pietro La Cava, Florino Del Zio, Ferdinando Petruccelli della Gattina, Giacomo Racioppi e infine Francesco Scardaccione, che fu il primo Presidente della Provincia di Basilicata (1861).

Dopo l'annessione, però, le mancate riforme promesse e la creazione di vasti latifondi, che presero di fatto il posto degli antichi feudi, favorirono la nascita di moti insurrezionali, contadini e legittimisti, una sorta di resistenza contro il nuovo Regno d'Italia, attraverso il fenomeno del cosiddetto brigantaggio, complesso fenomeno che divenne in realtà una vera e propria guerra civile, la quale interessò tutta la regione per circa sette anni e causò migliaia di morti, deportati e dispersi tra i contadini lucani. La Basilicata fu tra le regioni con il maggior numero di bande antiunitarie, di cui se ne contarono 47 in totale.
Violenti terremoti si verificarono ripetutamente in Basilicata; dopo quello del 1851 (X grado della scala MCS) che aveva colpito il Vulture, il 16 dicembre del 1857 una scossa dell'XI grado apriva numerose fratture nella terra della Val d'Agri ed in particolare a Montemurro, dove le frane provocarono circa 5.000 vittime. Molti degli insorti, intanto, avevano abbandonato il capoluogo, ormai presidiato, rifugiandosi nei paesi della Val d'Agri.

Le degradate condizioni economiche e ambientali, con la presenza di zone malariche, e la mancanza di infrastrutture, di lavoro, e di aiuti statali, come nel resto del mezzogiorno, portarono ad un vasto fenomeno di emigrazione. Solo negli anni trenta del Novecento si realizzarono l'acquedotto e importanti vie di comunicazione.
Durante il periodo fascista il territorio regionale riprese il nome Lucania, ma con la nascita della Repubblica tornò a chiamarsi Basilicata Il 21 settembre 1943, Matera fu la prima città italiana a insorgere contro i tedeschi occupanti. Il 24 settembre dello stesso anno, a Rionero avvenne una delle più cruente rappresaglie della seconda guerra mondiale in Basilicata, ove 18 rioneresi furono trucidati da alcune truppe naziste, a causa di un contadino rionerese che ferì un sergente dei paracadutisti, il quale sembrava stesse rubando una gallina nella sua abitazione.

Il 23 novembre 1980 la Basilicata fu sconvolta da un grave terremoto che colpì buona parte del territorio regionale. Nel 1993 fu inaugurato a San Nicola, frazione di Melfi, l'impianto industriale SATA, ove risiede uno dei più importanti stabilimenti FIAT d'Europa e altre aziende collegate all'indotto come Tower Automotive e Magneti Marelli. Nel 2003 la decisione del governo nazionale di trasferire tutte le scorie nucleari delle ex centrali atomiche in una salina di Scanzano Jonico ha provocato un'intensa protesta, con una manifestazione oceanica cui parteciparono oltre 100.000 persone (pari a circa un quinto della popolazione lucana) che ha portato nel gennaio del 2004 al ritiro del decreto.


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